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Luigi Pavan

Perché la paura di morire?

editing Daniela Rossi

èstra
2019, pp. 156, b/n, 12x19,5 cm

ISBN: 9788899479404
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Scheda libro

Una riflessione ampia e documentata “sulla paura della morte” come fondante aspetto dell’uomo, e sul perché di questo terrore visto che riguarda qualcosa che nessuno conosce, anche per stimolare un’attenzione a quello che succede in ognuno di noi nel gestire il destino che ci attende inevitabile, dall’inizio della vita. L'autore, docente di Malattie Nervose e Mentali e già ordinario di Psichiatria dell’Università di Padova, indaga senza la pretesa di essere scientifico, o filosofico, o moralista, ma rivolgendosi al pensiero di ognuno e alla consapevolezza che pone l'uomo di fronte alla scomparsa del sé personale e del proprio “mondo unico” destinato a scomparire. Nel libro un ampio ricorso a riferimenti letterari e a film permette di esemplificare vissuti sia particolari sia generalizzabili, perché i libri e i film sono vita vera.

“Non si sa più accettare il limite ma non esiste il diritto alla felicità” Intervista di Maurizio Caverzan a Luigi Pavan "La Verità", domenica 1 marzo 2020

Libreria a parete, luci soffuse, tavolo in noce che fa da scrivania, divano e poltroncine bianche, tappeti. In questo caldo e accogliente studio Luigi Pavan, psicanalista di scuola freudiana e professore emerito dell’università di Padova dov’è stato ordinario di psichiatria, riceve i pazienti difficili. «I nuovi depressi», li definisce. «Un tempo, all’origine della malattia c’era la perdita di una persona cara e la difficoltà a elaborare il lutto. Oggi c’è l’incapacità di accettare il limite: ho fallito, non posso avere quella donna, non sono riuscito a ottenere quel lavoro. Le nuove patologie», racconta, «derivano da questa ribellione passiva e sorda, che ha alla base il rifiuto del limite». Pavan è un uomo distinto, che porta molto bene i suoi 83 anni e pronuncia con tono pacato parole tremende: «limite», «caducità», «impotenza». L’ultimo suo saggio, Perché la paura di morire (Apogeo Editore), è una lampadina nella nebbia dei virologi, infettivologi e antropologi da talk show emergenziale.

Professore, perché di fronte all’esplosione di questa epidemia oscilliamo tra l’indifferenza e il panico? «Perché siamo sempre più informati, ma sempre meno preparati. Siamo abituati ad avere il controllo su tutto, però appena accade qualcosa che supera le nostre conoscenze reagiamo in modo scomposto. L’ignoto ci spiazza».

Perché per il Covid-19 non ci sono vaccini? «Da qui il terrore. Crediamo di essere padroni di tutto, ma di fronte all’ignoto siamo impotenti».

Si spera che i vaccini prima o poi arrivino. «Anche la scienza ha i suoi tempi. Magari presto il coronavirus si dimostrerà meno letale e diventerà una delle tante infezioni conosciute. Ma intanto dominano impazienza e angoscia».

Da qui le razzie nei supermercati? «Sono manifestazioni d’immaturità e vulnerabilità».

Che contrastano con l’idea di onnipotenza cui ci hanno abituato i progressi della medicina. «Che sono fondamentali e sui quali dobbiamo puntare. Sapendo però che al fondo rimarrà sempre un margine d’incompiutezza e che l’illusione del controllo totale è appunto un’illusione. Ci sarà sempre qualcosa che esorbita, una malattia, un terremoto, un meteorite».

La scienza però lavora per ridurre limiti e imprevisti. «Come dimostrano gli studi sull’intelligenza artificiale o il corpo artificiale. In realtà c’è un limite invalicabile rappresentato dalla nostra caducità. Anche se non ne parliamo, fin dalla nascita conviviamo con la possibilità di morire».

Però i media parlano molto di morte. «Continuamente, ma come di un evento traumatico, violento, criminale, bellico. La morte è una notizia, non un’eventualità presente, una condizione della vita, una realtà su cui soffermarsi e da elaborare. Il tabù della società contemporanea non è il sesso, ma la morte».

C’è chi è ansioso e chi cinico. L’equilibrio è frutto di disciplina emotiva o di qualcosa di altro da sé? «Anche gli psicanalisti sono divisi su questo. Alcuni ritengono che l’equilibrio derivi in buona parte dalla genetica. Altri, di scuola freudiana, attribuiscono molta importanza alle esperienze affettive e interiori dei primi anni di vita».

La differenza tra essere informati e essere preparati come si colma? «Imparando ad accettare il limite».

Per esempio? «La libertà dell’altro. Guardiamo cosa accade nei rapporti tra uomo e donna. Se una relazione finisce perché la donna vuole la propria libertà, la costringo con la violenza».

Altri limiti che rifiutiamo? «Quelli della natura, come la corruzione del corpo. Da qui l’esplosione della chirurgia plastica o le forme di ipocondria sempre più diffuse, dovute all’incapacità di accettare l’avanzare dell’età e la fragilità dell’organismo. Quando ci si ammala è sempre colpa del medico, del sistema sanitario o di qualcun altro perché non ammettiamo di convivere con una riduzione della nostra autonomia».

L’epidemia del coronavirus ha palesato un ritardo che la scienza stenta ad ammettere? «Già, com’è possibile che non ci sia il vaccino? Siamo spiazzati. Abbiamo debellato la peste, la spagnola, altre gravi patologie. Adesso c’è un’altra malattia imprevista e ancora incontrollabile».

Sul Corriere della Sera Paolo Giordano ha descritto il rifiuto della nostra psiche a contemplare un accadimento fuori dall’ordinario. «Siamo abituati al qui e ora, ad avere tutto subito, in un presentismo illimitato. Questo ci rende molto vulnerabili e insicuri. Non sono un nostalgico delle famiglie di una volta, ma credo sia necessario recuperare la figura del padre, colui che educa a confrontarsi con i limiti che la realtà impone. Altrimenti poi succede quello che ci documenta la cronaca».

Tipo? «Quando un ragazzo prende un brutto voto, si va a scuola e si minaccia o insulta il professore. Oppure, quando la compagna ti lascia, si va e la si ammazza».

Nella famiglia moderna è stata ridimensionata l’autorità paterna e gli anziani sono di troppo? «Per questo non ci sono più né memoria né costruzione del futuro. Il passato è cancellato. Sia quello individuale, che quello sociale e familiare. I giovani non conoscono la storia italiana. E il futuro è sbiadito».

Come ha rilevato Ferdinando Camon, il fatto che il coronavirus colpisca in prevalenza persone anziane è considerato un male minore. «Che i bambini siano immuni ci fa piacere. Sono nonno e ho nipotini. Ma mi preoccupano certe forme striscianti, eppure brutali, di darwinismo. La relativizzazione dell’anziano è una selezione che impoverisce tutta la società. La struttura socioeconomica contemporanea rende difficile convivere con l’anziano e considerarlo importante per la quotidianità. Se lo si ritenesse una ricchezza, anche se fosse collocato in una struttura, potrebbe continuare a essere protagonista di una relazione. Invece, molto spesso è vissuto come un soggetto superfluo».

La fragilità dell’essere e la corruzione dell’organismo vanno allontanate? «Anche in ospedale chi si avvicina al momento finale viene spostato nell’ultimo letto in fondo e lasciato in disparte. Perché non si debba vedere e neanche sapere. In realtà, la percezione di un ciclo che si compie dovrebbe aiutarci ad accettare le avversità, rendendoci più umili e tolleranti. La vita si vive finché termina, la vecchiaia è un’epoca della vita, non un tempo in funzione della morte. Anche se non si mantiene il pensiero è qualcosa da salvaguardare».

Come si impara ad accettare il limite? «Lo si apprende nei primi anni di vita, con genitori che facciano i genitori e in una scuola che educhi».

Come valuta il fatto che i nostri figli crescono a colpi di supereroi? «Sviluppare la fantasia e coltivare l’eroismo non è sbagliato. Forse è più pericoloso l’annullamento della dimensione del fantastico. L’importante è aiutarli a tenere separata la finzione dalla realtà. Il superomismo non deve illudere di poter avere tutto come e quando vogliamo».

Il pericolo c’è? «I nostri ragazzi non sanno stare in silenzio, non ammettono di annoiarsi, rifuggono l’ozio e la riflessione e passano da una distrazione all’altra, attività sportive quando va bene. Altrimenti videogiochi, mondo virtuale, tutte le cose che sappiamo».

Tornando al coronavirus, concorda con chi lo definisce la Chernobyl della globalizzazione? «Ero in Russia quando c’è stata l’esplosione di Chernobyl. Il terrore ha preso molti di noi allorché abbiamo saputo di aver sorvolato la zona infetta. Una volta i virus si trasmettevano in tempi più lunghi, oggi la velocità della comunicazione è superiore in tutto. Questo comporta grandi vantaggi, ma anche notevoli svantaggi».

La società liquida è senza filtri e fa passare tutto, virus compresi? «Ripeto, non sono un nostalgico della società patriarcale, ma chi si occupa di formazione sa quanto sia importante il recupero della funzione paterna. Una funzione critica, realista, giustamente limitante. Che insegna che non esiste il diritto alla felicità, ma esistono una ricerca e un cammino da compiere».

Concorda con chi ha scritto che il diffondersi di questa epidemia e le paure che ha generato segna la fine della modernità e dell’Occidente? «Parlare di fine mi sembra un po’ forte. Se fosse così andremo verso il tramonto dell’homo sapiens e anche del super sapiens. La nuova frontiera sarebbe l’homo mechanicus? Spero di no. Quando curo una persona mi auguro che ancora serva a qualcosa».

Perché ha scritto questo libro sulla paura di morire? «È un libro dedicato a Sirio Luginbühl, un regista di cinema sperimentale, una persona piena di risorse che è stata per tanti anni un mio carissimo amico. Quando gli diagnosticarono un tumore all’esofago è cambiato. Ha rimosso l’argomento, tornava dalla radioterapia fatta in ospedale, ma non ne parlava. È morto in sei mesi e negli ultimi giorni era colmo di rabbia… È stata un’esperienza angosciante».

L’Occidente spiazzato da questa epidemia ha rimosso anche la cultura della morte insita nel cristianesimo? «San Francesco parlava di sorella morte quando si moriva a 40 anni. Ora l’abbiamo allontanata, ma non possiamo far finta che non ci sia. Il credente è confortato. Davanti alla fine, quando prima o poi arriva, aver fede è un vantaggio. Io non ce l’ho, ma penso che la cultura laica non dovrebbe far amministrare questi temi solo al pensiero religioso».

Forse il pensiero laico è più disarmato? «Probabilmente sì. Dobbiamo provare ad accettare la nostra umanità, condividendo il destino di mortalità».

Che cosa pensa della docile accettazione delle gerarchie ecclesiastiche a chiudere le chiese per evitare assembramenti mentre mezzi pubblici e supermercati restano aperti? «C’è stata una pressione un po’ incongrua, alimentata anche dallo scontro politico. La popolazione era molto spaventata e forse si è temuto, anche in eccesso, di diventare responsabili dei contagi. Si è esagerato, tanto più in un momento in cui i credenti hanno bisogno di maggiore conforto».

Autore

Luigi Pavan

Docente di Malattie Nervose e Mentali, è stato ordinario di Psichiatria dell’Università di Padova di cui è ora professore emerito. Membro della Società Psicoanalitica Italiana e dell’IPA, è presidente dell’Associazione per lo studio e la formazione delle psicoterapie brevi. È autore e coautore di alcuni volumi fra cui ricordiamo: "Trauma, vulnerabilità e crisi" (Bollati Boringhieri, 1996), "L’identità fra continuità e cambiamento" (Franco Angeli, 2002), "La psicoterapia della crisi emozionale" (Franco Angeli, 2003), "Esiste il suicidio razionale?" (Magi, 2009), "Pazienti difficili" (Franco Angeli, 2012), "Le età della vita" (Aracne, 2014). Il suo principale interesse riguarda attualmente l’utilizzo del modello relazionale nel trattamento di “pazienti difficili”.

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